La sveglia suona alle 7:30. Oggi bisogna portare la bici di Niccolò in una ciclofficina per sostituire un raggio.
Fortunatamente ce n’è una a circa 500 metri dall’hotel, che apre alle 9.
Facciamo colazione velocemente, osservando dalla finestra le persone che passano già con l’ombrello aperto. Non un buon segnale. Io e Micky scendiamo e portiamo la bici al negozio. Fuori l’aria è frizzante e ci rendiamo conto che serviranno vestiti più pesanti.
Davanti al negozio il proprietario ci attende puntuale. È un uomo dall’aspetto un po’ trasandato, che cammina con passo claudicante, come se ogni movimento fosse uno sforzo che però non vuole mostrare. Il volto, segnato dagli anni e dalle fatiche, è illuminato da un sorriso reso buffo da un solo dente sporgente. Eppure la sua espressione è rassicurante: la faccia di una brava persona, di quelle a cui affideresti volentieri una confidenza.
Con calma addobba il marciapiede con insegne e con fioriere, che dispone con cura, e poi si dedica a noi. La bici sarà pronta in 25-30 minuti.
Torniamo in hotel: Niccolò e Michelangelo ci aspettano già pronti. Carichiamo le tre biciclette, prendiamo i bagagli e ritorniamo alla ciclofficina. La bicicletta è quasi pronta. Nel frattempo curiosiamo nel negozio, piccolo ma sorprendentemente fornito: dalle minuterie agli accessori più moderni. Quando gli faccio i complimenti, l’uomo sorride con quella soddisfazione che hanno solo le persone che mettono passione nel proprio lavoro, e risponde: “I try my best”.
Pochi istanti dopo, la bici è pronta. Paghiamo un’onestissima cifra di 10 sterline e lo salutiamo.
Finalmente siamo in sella. Piove, ma non come da noi: è una pioggia sottile, costante, simile a quella di un nebulizzatore. L’aria è satura di goccioline, così fini che ci bagniamo senza nemmeno accorgercene. Usciti dalla cittadina ci ritroviamo subito in campagna, tra prati e piccoli villaggi avvolti da nuvole basse. Dopo una ventina di chilometri sotto l’acqua, un cartello appoggiato a terra, con una freccia e la scritta “Café”, ci appare come una benedizione.
Entriamo. È il posto giusto: uno di quei caffè che sembrano usciti da un film romantico.
Un locale raccolto, accogliente, con un piccolo banco per le ordinazioni. Accanto, un carrello con torte splendide: soffici, ricche, curate nei dettagli, che invitano subito all’assaggio. Sulle mensole, teiere e tazze di porcellana brillano in fila, pronte a essere scelte.
Dietro al banco c’è una signora bionda, semplice ed elegante, con una coda bassa e un sorriso rassicurante — vagamente somigliante a Meryl Streep. Con gentilezza prende le ordinazioni: un cappuccino per Micky, un mocha per me, e due cioccolate deluxe con panna e marshmallow per Niccolò e Michelangelo. A ciascuno, una fetta diversa di torta.
Ci accomodiamo a un tavolo e gustiamo tutto con calma, avvolti dal calore della stanza. Le voci degli altri clienti si intrecciano al tintinnio delle tazze e al profumo intenso di caffè. Una vera coccola per l’anima.
Quando usciamo ha quasi smesso di piovere. Riprendiamo le bici e imbocchiamo un lungo sterrato che costeggia un canale. Il paesaggio trasmette una tranquillità unica: i cigni e le anatre sull’acqua, le barche che avanzano lente, i pescatori pazienti, chi passeggia e chi corre lungo l’argine.
Il canale ci conduce fino a Lincoln, antica città romana e capoluogo del Lincolnshire. Ci fermiamo per pranzo in un locale che all’esterno pubblicizza una promozione: due piatti completi a 12 sterline. La lunga fila di persone in attesa sembra una buona garanzia.
Ci fanno accomodare. Il cameriere, poco gentile e decisamente restio a farsi capire, ci risponde in modo evasivo riguardo alla promozione e ci indirizza verso un piccolo antipasto seguito da un piatto al self-service. Optiamo per una zuppa di pomodoro per Micky e pane all’aglio per noi uomini. Poi scegliamo la portata principale: carne di tacchino, manzo o maiale, affettata sul momento, a cui aggiungiamo verdure e contorni a volontà.
Il pranzo è semplice, ma abbondante e soddisfacente.
Ci attendono ancora trenta chilometri. Pedaliamo lungo una statale, ma il passaggio ravvicinato di camion e auto ci mette a disagio: lo spostamento d’aria è forte, poco piacevole. Decidiamo di deviare per i campi, allungando il percorso ma guadagnando sicurezza. Ora il paesaggio cambia: dolci colline coltivate ci accompagnano fino a Sleaford, famosa per essere il più grande centro del Regno Unito dedicato all’artigianato.
Il nostro hotel è in perfetto stile hippie: sembra nato più da un sogno che da un progetto. I due ragazzi che lo gestiscono ci raccontano orgogliosi di aver fatto tutto da soli. Non c’è la freddezza delle catene alberghiere, ma un’anima viva che traspare in ogni dettaglio: pouf e divani spaiati, candele accese, piante verdi ovunque. Le nostre stanze, al primo piano, si raggiungono tramite una scala stretta e ripida. Ogni camera è personalizzata, con arredi che mescolano pezzi vintage e artigianato locale, e richiami musicali. In sottofondo, musica bellissima.
Dopo una doccia rigenerante, andiamo a fare spesa da Tesco. Tra piatti pronti e avocado toast — con avocado e uova cotte lentamente con l’acqua bollente del bollitore nelle tazze della camera.
Poi a letto. Domani ci aspetta un’altra tappa lunga.
