Ci svegliamo nella nostra bella casa di Dromore. Un timido sole filtra dalle finestre della camera. Prepariamo la colazione: porridge, latte e cereali, qualche biscotto. Poi scendiamo a caricare le biciclette.
Sulla porta troviamo la proprietaria, una donna bionda sulla quarantina, con l’aria ancora assonnata e il sentore inconfondibile di chi ha già fumato un pacchetto di Marlboro rosse.
È una chef. Ha cucinato ovunque: Canada, Nuova Zelanda, Pakistan, India, Stati Uniti, Sud America. Una viaggiatrice col grembiule. Ora è tornata a casa, ma già sogna di ripartire. Canada o India. Vedrà.
Parliamo di bandiere. Il tricolore irlandese è ovunque: su case, lampioni, giardini. Ci dice che fa parte del paesaggio, soprattutto vicino al confine, dove è considerato un segno d’identità della comunità cattolica che sostiene la riunificazione con Dublino. Mimando un mitra la chef continua dicendoci che in questa zona l’IRA è stata particolarmente attiva, e lo vedremo dai vari monumenti ai “volontari” caduti.
La chiacchierata si prolunga, ma dobbiamo partire. Lei ci saluta offrendoci delle mele del suo albero.
Pedaliamo subito tra le colline della campagna irlandese. Le mucche sembrano salutarci al nostro passaggio. Michelangelo ci fa notare che non stiamo attraversando semplicemente la campagna, ma la brughiera: distese di erica dai piccoli fiori viola. Ci spiega che quelle sono piante di brugo, da cui il paesaggio prende il nome. “Lo dice anche il libro di geografia”, aggiunge. In effetti brugo ed erica sono sinonimi. Bravo Miche.
Facciamo una breve sosta da Costa, la più grande catena di caffetterie del Regno Unito e seconda al mondo dopo Starbucks. Due flat white e due cioccolate calde con marshmallow. Da mangiare, dolcetti per tutti tranne Michelangelo, che accompagna la sua cioccolata con due tramezzini al pollo. Io invece accompagno lo spuntino con un Oki, per la solita cervicale maledetta.
Riprendiamo su una lunga pista ciclabile che corre tra un fiumiciattolo, Pascoli e campi coltivati. È domenica, e la pista è affollata: runner, anziani a passeggio, famiglie in bici… non siamo mai soli. Due signore sulla settantina pedalando al nostro fianco cercando di scambiare due chiacchiere. Niccolò ci segue dall’alto col drone.
Attraversiamo una piccola cittadina. Man mano che ci si avvicina a Belfast, le bandiere irlandesi lasciano il posto alla Union Jack e alla bandiera dell’Ulster. In una piazza, una banda musicale esegue brani moderni davanti a una folla di residenti che si sono portati la sedia da casa. Ci fermiamo un momento a osservarli. Da noi questo tipo di spettacolo ormai è raro.
Pranzo fuori orario in un supermercato, poi affrontiamo gli ultimi chilometri, quasi tutti in salita. Pensiamo alla cena: in camera avremo solo un bollitore. Facciamo la spesa: pomodori, feta, tonno, purè liofilizzato, snack, un dolce. Abbiamo anche cous cous e soia granulare: basta acqua calda.
Per un tratto pedaliamo sull’A1, una strada a grande percorrenza, con corsia dedicata alle biciclette: le auto sfrecciano, ma noi viaggiamo in assoluta sicurezza.
Arriviamo finalmente alla nostra sistemazione: un cottage irlandese che sembra uscito da una cartolina. Casa bassa e allungata, muri spessi in pietra, finestre piccole con imposte bianche in stile inglese e una bella porta verde. La camera è calda e accogliente: moquette soffice, un letto matrimoniale al centro e un letto a castello fatto su misura, con scalette in legno. Sullo scrittoio, il bollitore con tè, caffè e un barattolo di biscotti Biscoff. Niccolò ne va matto.
Prima di cena, io, Micky e Nicco facciamo una sessione di yoga per la schiena. Vedremo se aiuterà la mia cervicale. Guardare Niccolò in posizioni improbabili, tra gemiti e risate, vale la serata.
Ceniamo e andiamo a dormire. Domani ci aspetta Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord e dell’Ulster.
