È il giorno di Natale. Ci svegliamo presto, come al solito. Babbo Natale è passato anche in Vietnam e ha lasciato qualche regalo sotto il piccolo albero improvvisato la sera prima: mini-figure Lego, mutande per il nuovo anno e altri piccoli pensieri. Chissà se passerà anche da Livorno, tra sei ore.
Ha piovuto tutta la notte e fuori fa decisamente freddo, tanto che indossiamo la maglia termica per la prima volta da quando siamo arrivati. Colazione e via, in sella. Il meteo non è dalla nostra parte: un forte vento contrario ci accompagnerà per tutta la giornata.
Imbocchiamo quasi subito una strada sterrata che presto diventa fangosa, al limite della pedalabilità. Tenere l’equilibrio è difficile e avanzare richiede fatica. Dopo qualche chilometro riusciamo finalmente a riguadagnare l’asfalto.
Lungo la strada incontriamo un chiosco di street food locale: una capra intera, forse arrosto o alla brace, pronta per essere venduta come una porchetta.
Entriamo in una città piuttosto grande e l’inquinamento acustico è impressionante. Chiunque guidi un mezzo a motore sembra sentirsi in diritto di suonare il clacson. La strada diventa un luogo assordante. I motorini si infilano in ogni spazio possibile, anche il più minuscolo.
La Vespa, o meglio i suoi cloni, è lo scooter più diffuso. Per ogni Vespa originale ci sono decine di modelli chiamati Roma, Torino, Venezia, Primavera: praticamente identici all’originale.
Gli enormi incroci a più corsie sono regolati dal buonsenso, o forse dallo spirito di sopravvivenza. Niente stop, niente semafori. Ci si guarda negli occhi: prima chi arriva da sinistra, poi da destra, e ci si intende su chi deve passare.
Attraversiamo una zona di mercato. Cibo e verdure sono esposti per lo più sui marciapiedi, al massimo su piccoli banchi. A terra, però, una scena che non avremmo mai voluto vedere: una persona sta tagliando un cane intero arrostito. Tutti e quattro deglutiamo contemporaneamente, con un groppo in gola.
Sopra di noi e lungo la strada sventolano centinaia di bandierine con la bandiera del Vietnam e con la falce e il martello: un promemoria costante che il Vietnam è una Repubblica Socialista a partito unico, con il potere detenuto dal Partito Comunista.
Ci fermiamo a mangiare in uno dei pochissimi locali aperti. A dispetto dei tanti negozi aperti, quasi tutti i ristoranti sono chiusi. Pollo fritto, patatine e un frappé per Micky. Non un granché, ma sufficiente a riempire la pancia.
Uscendo dalla città, intorno a noi cumuli di spazzatura in fiamme: un pessimo modo di smaltire i rifiuti. Attraversiamo un lungo ponte sul Fiume Rosso, lo stesso che avevo già attraversato ad Hanoi durante il viaggio per recuperare la valigia smarrita.
Dopo sessanta chilometri controvento arriviamo a Thai Binh, una piccola città tranquilla, lontana dal turismo di massa. Non ci sono monumenti o attrazioni particolari, ma si respira un’atmosfera autentica, fatta di quotidianità.
Prendiamo possesso della camera, una doccia veloce e usciamo subito. Facciamo un giro tra le strade animate e poi entriamo in un centro commerciale Lotte, appartenente al gruppo sudcoreano che avevamo già conosciuto lo scorso anno. Nulla di speciale, ma curiosare nei supermercati è una cosa che ci diverte sempre: dagli scaffali si capisce molto delle abitudini di un paese.
Facciamo un gioco. Con un budget di 200.000 dong (poco meno di 6,50 euro), ognuno deve comprare un regalo per un membro della famiglia estratto a sorte: io per Michelangelo, Michelangelo per Micky, Niccolò per me e Micky per Niccolò.
Io ricevo dei semi di loto tostati, Micky un casco rosa, Niccolò prodotti per la cura del viso e Michelangelo un album con lapis e matite per disegnare.
Dopo una cena thailandese è ora di andare a dormire. Domani ci aspettano più di settanta.
