Alle sette la sveglia suona puntuale. Ci prepariamo, mangiamo un paio di barrette di cereali che abbiamo con noi e usciamo. Qui la colazione non viene servita e nei dintorni non sembra esserci nulla.
Fuori dalla porta della camera ci aspetta, scodinzolante, il nostro amico cane. Appena ci vede impazzisce: ci lecca, si sdraia per ricevere coccole, si struscia alle gambe. Non poteva esserci un buongiorno migliore.
Nel frattempo arriva una mail dall’aeroporto: la nostra valigia è finalmente arrivata. Peccato che dobbiamo andare a prenderla di persona. Niente spedizione, niente deleghe. Dovrò quindi pensare di “staccarmi” un giorno per recuperarla.
Carichiamo le bici, salutiamo i padroni di casa, indossiamo gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla polvere e ci immettiamo subito in una strada trafficatissima, percorsa senza sosta da camion. Non abbiamo mai visto così tanti mezzi al lavoro per un solo cantiere.
L’aria è umidissima, appiccicosa, e la polvere sollevata dai mezzi rende tutto più faticoso. Dopo mezz’ora inizia a piovere: una pioggia leggera, calda, quasi piacevole. Per fortuna dura poco.
Un cartello indica “July Café”. Non serve pensarci troppo.
Nessuno parla inglese, ma ci capiamo a gesti. Ordiniamo: tè, spremuta, caffè al caramello e per me il mitico Cà phê trứng, il famoso caffè all’uovo vietnamita. Nato nel 1946, quando il latte scarseggiava, è preparato con tuorlo montato e zucchero. Il risultato è una crema dolce che galleggia sul caffè. Squisito. Ricorda il tiramisù. Promosso a pieni voti.
Ripartiamo. Niccolò ed io ci fermiamo per fare alcune riprese con il drone di un monastero incastonato tra due montagne, le tipiche formazioni vietnamite a forma di panettone. Micky e Michelangelo proseguono, perché li aspetta una lunga salita.
Finite foto e video dall’alto, ripartiamo con un buon passo. Finalmente svoltiamo a sinistra, lasciandoci alle spalle la pericolosa strada dei camion.
Ora pedaliamo tra vicoli stretti, costeggiati da case davanti alle quali i proprietari, con cemento e cazzuola, sono impegnati in lavori di manutenzione: chi liscia il pavimento, chi costruisce un muretto di mattoni. Ognuno sembra fare qualcosa per la propria abitazione. Chissà se qui la domenica si trascorre così.
Ogni casa ha almeno due o tre bambini piccoli che giocano e un numero indefinito di cani e galline. Molti bambini indossano maglie della Juventus o del Milan. Io saluto solo i primi 🤣.
Dopo circa mezz’ora e una decina di chilometri raggiungiamo Micky e Michelangelo, quasi alla fine della salita. Imbocchiamo poi una strada sterrata che attraversa cave di pietra, piccoli fiumi e una vegetazione verdissima.
È ora di pranzo quando incrociamo un piccolo villaggio. Chiediamo dove mangiare e ci viene indicato una sorta di ristorante. Entriamo e ci sediamo. A dire il vero non è pulitissimo e la cucina a vista lascia un po’ a desiderare, ma ci adattiamo.
Ci vengono serviti riso bianco, verdure, una specie di brodo con bietole e molluschi e una frittata. In una ciotola mettiamo il riso, ci versiamo sopra il brodo con verdure e molluschi e mangiamo la frittata a parte. Non è male, anche se preferiamo non sapere esattamente cosa stiamo mangiando.
Prima di andare via, due ragazzi mi invitano a fumare il Thuốc Lào, un tabacco tradizionale vietnamita molto forte, che si fuma attraverso il bình lào, una pipa ad acqua che sembra una grossa canna di bambù. Basta una piccola tirata per capire che non ho il fisico: inizio a tossire senza controllo e per me l’esperienza del Thuốc Lào finisce lì.
Ringrazio i nuovi amici vietnamiti mentre se la ridono, riprendiamo le bici e ci rimettiamo in viaggio.
Pedaliamo ora tra piantagioni di ananas e peperoncini. Arriviamo nei pressi di un fiume, che va attraversato tramite un ponte galleggiante in ferro e lamiera. Non sembra solidissimo, ma è l’unico modo per passare. Dall’altro lato due anziane signore riscuotono il pedaggio. Anche questa, una bella esperienza.
Riprendiamo la strada, con ai lati campi allagati e buoi che si rotolano nel fango.
Siamo ormai nei pressi dell’hotel, anche se giriamo a vuoto per oltre un’ora tra boschi e strade di campagna prima di trovarlo.
L’unico posto dove dormire nel raggio di 50 chilometri è un hotel bellissimo. Il LAMORI Resort & Spa è un grande resort a 5 stelle che sorge attorno a un lago, completamente immerso nella natura. Ogni camera è una piccola casetta su due livelli: ingresso, camera e bagno al piano inferiore, piscina privata al piano superiore. Noi ne abbiamo due.
Il resort dispone inoltre di spa, piscina, ristoranti panoramici e offre un’infinità di attività. Purtroppo, noi lo sfrutteremo solo per dormire.
L’hotel è praticamente deserto e, nonostante il lusso, nessuno parla inglese. Riuscire a organizzare il recupero della valigia è impossibile.
Prendiamo possesso delle camere, facciamo una lunga doccia, ci rilassiamo e andiamo a cena. Anche al ristorante la comunicazione non è semplice. Alla fine ordiniamo zuppe per tutti, un filetto di carne australiana con salsa al formaggio per me e noodles per gli altri.
È ora di andare a letto, con la speranza che nel turno mattutino ci sia qualcuno che parli inglese.
