Ci svegliamo nel nostro appartamento al sesto piano di un palazzo in una via tranquilla della caotica Haiphong. Per tutta la notte abbiamo sentito i potenti corni da nebbia delle navi risuonare in lontananza.
Ci vestiamo in fretta e scendiamo a fare colazione in uno Starbucks lì vicino: una colazione decisamente più occidentale che vietnamita.
Torniamo poi a prendere bagagli e biciclette e saliamo in sella. Dobbiamo dirigerci verso il porto della città, il più grande del Paese.
Come sempre, uscire dal centro è un’impresa: traffico caotico, clacson continui e camion che ci sfrecciano accanto. Attraversiamo la zona industriale, costellata di raffinerie e impianti chimici. L’odore è pungente, a tratti insopportabile.
Dopo 14 chilometri tra traffico, scarichi e odori chimici arriviamo finalmente al porto. Peccato che non capiamo né dove si facciano i biglietti né da dove partano i traghetti. Chiediamo informazioni a una persona del posto che ci blocca subito: non possiamo proseguire. Abbiamo sbagliato porto. I traghetti per Cat Ba partono da un molo a 25 chilometri da lì.
Non ci resta che prenderla con filosofia… e pedalare.
Ripercorriamo a ritroso un tratto di strada trafficatissimo, poi svoltiamo in una larga arteria dove, finalmente, ci troviamo quasi soli. Superiamo un lunghissimo ponte e arriviamo nei pressi del porto giusto. Niccolò, però, riesce comunque a rompere un raggio della ruota posteriore, dal lato della guarnitura: uno dei punti più difficili da riparare. È l’ultimo giorno di bici; speriamo solo di riuscire ad arrivare in fondo senza troppi problemi.
Arriviamo al porto. Ora bisogna fare i biglietti per l’isola di Cat Ba, ma le due signore alla biglietteria fanno davvero fatica a capirci. Nel frattempo, fuori, noi congeliamo. Finalmente saliamo sul traghetto: mezz’ora di navigazione e siamo sull’isola.
Ci aspettano ancora 23 chilometri di pedalata, piuttosto impegnativi, con salite lunghe e ripide, prima di raggiungere l’hotel.
Attraversiamo una lunga lingua di terra circondati dalle mangrovie poi iniziamo a salire il panorama ci ripaga della fatica arriviamo sul picco e poi giù per una discesa che ci riporta al livello del mare tra villaggi di pescatori, donne che riparano le reti da pesca e bambini che scorrazzano
Lungo la strada ci imbattiamo in un matrimonio rumorosissimo: musica da discoteca a volume altissimo, brindisi e fotografie ovunque.
Sull’isola, nonostante la bassa stagione, ci sono moltissimi turisti, per lo più europei.
Arriviamo in hotel, un moderno palazzo di sette piani. La nostra camera è l’unica all’ultimo piano, accanto alla terrazza panoramica con bar, alla spa e alla palestra. Dopo una doccia ci concediamo uno degli ultimi massaggi del viaggio, prima di uscire a cena.
Facciamo una passeggiata in paese e ci infiliamo in un locale piuttosto carino. Ordiniamo il phở, la zuppa tradizionale del Vietnam, considerata uno dei piatti nazionali: noodles di riso in un brodo profumatissimo, con carne, verdure ed erbe fresche. Io lo scelgo piccante al pollo, Micky e Niccolò con polpette vegetariane. Poi arrivano anche gli hamburger, che io accompagno con una birra cruda al miele prodotta sull’isola.
Siamo stanchi. Andiamo a letto pronti per domani: ci aspetta una giornata sull’isola… da turisti.
