Ci svegliamo presto e facciamo colazione. La sala si trova al decimo piano, con una vista che abbraccia tutta la città. La colazione è tutto fuorché continentale: solo cibi per noi sconosciuti. Ci buttiamo senza esitazioni su stufati di manzo con verdure, riso, noodles, zuppe e uova.
Una cameriera si ferma a scambiare due parole con noi, ovviamente in vietnamita, con l’aiuto dell’ormai imprescindibile Google Translate. Ci chiede dove passeremo il Capodanno. Quando le diciamo che saremo ad Hanoi, ci racconta che ci saranno i fuochi d’artificio, ma aggiunge che li faranno anche nella piazza di Thanh Hóa, suggerendoci di fermarci qualche giorno lì. La ringraziamo e le spieghiamo che viaggiamo in bicicletta e che ogni giorno cambiamo luogo.
La giornata è nuvolosa e umidissima: sudiamo anche solo a stare fermi.
Usciamo da una città viva, frenetica. Ognuno è indaffarato nelle proprie occupazioni: c’è chi trasporta anatre vive stipate in una cesta di metallo sul motorino, chi viaggia con un cavallo e un carro mezzo rotto, chi pesca lungo un fiume che non dà certo l’idea di essere incontaminato. Sul marciapiede, una signora vende anguille vive in un cestino di vimini che si muovono ondulando ed intrecciandosi.
Lasciamo la città e ci immettiamo in una grande statale, dritta, trafficata e polverosa, costeggiata da una ferrovia a binario unico che ci separa dalle risaie. Ogni cento metri incontriamo grandi toponi di risaia schiacciati. Questi roditori vivono tra i campi, si nutrono di riso, diventano grassi e saporiti e vengono cacciati durante il raccolto per diventare una specialità culinaria locale.
Passa un treno che rallenta quel tanto che basta perché il macchinista possa sporgersi dal finestrino e salutarci.
Teniamo un passo decisamente buono e i chilometri scorrono veloci. Lungo la strada ci fermiamo in uno dei tanti chioschi che vendono ananas. Ne compriamo uno e lo mangiamo subito, avidamente, per contrastare caldo e umidità, circondati da camionisti in pausa che si riposano sulle amache tese tra i pali.
Ripartiamo spediti, affrontiamo una salita e poi una galleria che annuncia la discesa. Facciamo un’ultima sosta in un piccolo negozio: un raviolone cinese a testa, ripieno di un uovo di quaglia e germogli o funghi non meglio identificati. Non un granché.
Arriviamo a Tam Coc, cittadina decisamente turistica, famosa per i fiumi che attraversano grotte calcaree e per i suggestivi paesaggi di risaie e montagne. Qui troviamo solo turisti occidentali: i primi che incontriamo dall’inizio del viaggio. Anche i negozi riflettono chiaramente la vocazione turistica del luogo: Coca-Cola, hamburger, Nike, Adidas, souvenir e qualsiasi cosa possa attirare i visitatori.
Andiamo subito in hotel per una doccia e un meritato massaggio full body di un’ora e mezza. Ne usciamo rilassati e pronti per la cena.
La strada principale della località è affollata e costellata di ristoranti di ogni tipo: dal classico Napoli’s Pizza alle birrerie, dai fast food ai ristoranti pseudo-vietnamiti. Entriamo in un locale mediamente affollato e ordiniamo quattro hamburger. È il primo pasto davvero convenzionale da quando siamo arrivati in Vietnam. Facciamo una passeggiata in centro e poi rientriamo in camera. Un po’ di lavoro e a letto.
Domani ci aspetta una giornata intensa: abbiamo in programma molte attività, oltre a un piccolo spostamento di circa venti chilometri.
