Siamo tra le montagne del Vietnam del Nord. Ci svegliamo presto: la colazione è alle sette e la lista delle cose da fare è lunga. Montare le biciclette, organizzare le borse – quasi vuote – e soprattutto capire come e quando potremo recuperare la valigia.
L’hotel è immerso nel verde. Tutto intorno giungla e risaie, da cui si alza una nebbiolina fitta che porta con sé un’umidità penetrante. La temperatura supera i venti gradi, eppure quel freddino sottile arriva fino alle ossa.
Cominciamo dalla colazione: riso, noodles, uova e crêpes con miele. Il tutto accompagnato da un tè alla cannella straordinario, così intenso da sembrare di avere in bocca un Brooklyn… alla cannella.
Montiamo le biciclette, ci prepariamo e partiamo. Indossiamo pantaloncini del costume, maglietta a maniche corte e Birkenstock ai piedi: decisamente non l’abbigliamento ideale per pedalare, ma ci adattiamo.
La strada scende lungo il fianco della montagna, sterrata, incastonata tra le risaie. Il paesaggio è subito mozzafiato. Contadini e contadine, con il classico Nón Lá, il cappello conico di foglie di palma intrecciate su bambù, camminano scalzi nell’acqua per rinforzare gli argini delle risaie terrazzate, autentiche opere d’ingegno umano. È una bellezza che riempie gli occhi e il cuore.
Scendendo incontriamo piccoli agglomerati di case in legno con il tetto in paglia. Ovunque bandiere: quella del Vietnam, rossa con la stella gialla simbolo di unità e rivoluzione, e quella del Partito Comunista, con falce e martello. Galline e cani scorazzano liberi per strada: tocca a noi procedere piano, quasi in punta di piedi, in questi luoghi sospesi nel tempo.
Le persone ci salutano a gran voce e ci fotografano, mentre i bambini ci corrono dietro, scalzi e felici. Ogni tanto sbuca anche un serpente, pronto a ricordarci che qui bisogna fare sempre attenzione, soprattutto quando ci fermiamo… per fare pipì.
Imbocchiamo poi una strada principale, molto trafficata, soprattutto da camion che trasportano terra. Passiamo accanto a un enorme cantiere: stanno costruendo un grande data center per server dedicati all’intelligenza artificiale, alimentato dall’energia di una centrale idroelettrica. La modernità è arrivata anche qui, in luoghi remoti, ma è difficile immaginare che porterà reali benefici a chi passa le giornate a curare le risaie.
Il continuo passaggio dei camion rende la strada polverosa. Nei villaggi le strade vengono costantemente bagnate per limitare la polvere, trasformandosi però in una fanghiglia che ci accompagna chilometro dopo chilometro.
Il Vietnam resta comunque il paese dei motorini: ce ne sono milioni, di ogni cilindrata e modello. Tutti con enormi portapacchi caricati oltre ogni immaginazione – legna, frutta, materiali da costruzione, vestiti.
Ci fermiamo lungo la strada in alcune baracche che vendono abiti e compriamo pantaloncini e magliette più o meno tecniche. Finalmente possiamo toglierci il costume.
È ora di pranzo. Ci fermiamo in un ristorante estremamente rustico, dove alcune persone stanno già mangiando. Non esiste un menù: una signora ci mostra dei noodles bianchi da preparare. Ci basta per sederci.
Tre uomini al tavolo vicino mi chiamano. Mi avvicino per salutarli e, senza troppe cerimonie, mi mettono in mano un bicchierino di una sorta di grappa potentissima. Brindo in maniera goffa con il primo, giù in un sorso, tra risate e strette di mano. Provo ad andarmene, ma mi fermano: è il turno del secondo. Poi del terzo. Risultato: mi siedo a pranzo con tre bicchieri di grappa nello stomaco vuoto.
Arriva una zuppa di noodles con carne e verdure, che possiamo definire buona. Bisogna però fare attenzione cosa mangiare. I menù sono scritti in vietnamita e l’inglese non lo parla nessuno. Google translator ci dà una grossa mano. Siamo aperti a sperimentare, ma preferiamo evitare alcuni piatti tradizionali vietnamiti. Carne di cane, uova di anatra fecondate servite poco prima della schiusa, con becco, occhi e piume, o la zuppa di sangue crudo d’anatra. Sulla carne di serpente, invece, possiamo ancora discuterne.
Ripartiamo tra camion, motorini sovraccarichi e automobili. Tutti suonano costantemente per segnalare la propria presenza. Ora capiamo davvero cosa significhi inquinamento acustico.
Ultimi chilometri prima di arrivare alla casa dove dormiremo. Ad accoglierci c’è un signore di Cambridge, trasferitosi in Vietnam tredici anni fa per amore. Con lui due cani scodinzolanti che ci riempiono di feste. Giochiamo un po’ con loro prima di prendere possesso delle camere.
Facciamo un salto in un piccolo negozio accanto all’alloggio per comprare shampoo, balsamo, deodorante e sapone per lavare i vestiti. Poi torniamo a casa, dove abbiamo concordato la cena: zuppa di pollo al curry e riso.
Subito a letto. Siamo stanchissimi. Domani ci aspettano oltre settanta chilometri di strada tutt’altro che facile.
