La sveglia gentile suona alle 8:15: un lusso quando siamo in viaggio. La colazione è prevista per le 8:45. Michelangelo, però, comincia male la giornata: una ginocchiata micidiale contro le scalette del letto lo lascerà dolorante per buona parte della mattinata.
La sala delle colazioni, proprio dietro la nostra camera, profuma di legno e pane tostato. Il pavimento è un parquet scuro, leggermente consumato. L’atmosfera è calda e accogliente, di quelle che infondono serenità e fanno dimenticare la fretta.
Pochi tavoli in legno, apparecchiati con eleganza discreta. Noi scegliamo quello con vista sul piccolo giardino curato.
Sul lato della sala, un bancone ospita un piccolo buffet: marmellate fatte in casa, pane scuro, burro salato, frutta fresca, cereali. La signora che ci serve, anche se un po’ goffa nelle ordinazioni, prepara degli eccellenti piatti espressi: porridge fumante, pancake dorati, uova strapazzate e bacon… non le sottili fettine della classica colazione inglese, ma vere e proprie braciole di maiale.
Usciamo dalla sala più che sazi.
Prima di partire, c’è il tempo per cambiare la camera d’aria della bici di Micky, completamente a terra. Conservo la vecchia per le emergenze — abbiamo anche il kit di riparazione — ma appena incontreremo un negozio di bici ne compreremo una nuova.
Finalmente ci mettiamo in sella per una tappa breve e semplice, quasi tutta lungo la A1 che conduce a Belfast.
L’ingresso in città è graduale: i campi lasciano spazio a edifici in mattoni rossi e a un traffico sempre più vivace. Ci dirigiamo subito verso i Botanic Gardens, cuore del quartiere universitario di South Belfast. Nati come giardino privato e successivamente aperti al pubblico, sono un luogo che merita una sosta.
Prima tappa: la serra tropicale. Come al solito ci alterniamo per non lasciare le bici incustodite. Prima entro io con Miche, poi Micky e Niccolò. All’interno, oltre a un caldo umido avvolgente, ci accolgono piante provenienti da ogni parte del mondo: Australia, Nuova Zelanda, Africa equatoriale, Centro e Sud America. Nell’Ottocento le famiglie benestanti collezionavano piante esotiche come simbolo di prestigio e status sociale.
Il giro dura non più di un quarto d’ora. Mentre Micky e Niccolò completano la visita, io mi tolgo le scarpe e cammino scalzo sull’erba fresca di fronte alla serra (Micky commenterà: “come le donne incinte 🤣”)
Poi tocca al roseto: vialetti geometrici, profumo intenso, cartellini che raccontano il nome di ogni varietà — a volte romantico, a volte dedicato a qualcuno, altre legato a un luogo o alla persona che l’ha scoperta.
Per ultima, la Palm House: una delle prime serre al mondo in ferro curvilineo e vetro. Da fuori è splendida, circondata da vialetti e aiuole fiorite che ne esaltano l’architettura. L’interno, invece, ci ha impressionato decisamente meno di quanto l’esterno lasciasse immaginare.
Sono quasi le tre e non abbiamo ancora pranzato. Un Domino’s a due passi risolve il problema, rispettando la nostra piccola tradizione di mangiare una pepperoni pizza in questa catena americana.
Dopo pranzo, passeggiamo nel centro tra negozi alla moda e il celebre Crown Liquor Saloon. Aperto nel 1826 e acquistato nel 1880 da una famiglia italiana, che lo trasformò in un capolavoro vittoriano.
La leggenda vuole che, durante il rinnovamento, la moglie del proprietario fosse devota alla monarchia, mentre lui non voleva “inchinarsi” alla corona britannica. Per provocazione, inserì nel mosaico d’ingresso l’emblema reale proprio dove chiunque, entrando, lo avrebbe calpestato.
Facciamo un salto alla cattedrale, che troviamo chiusa, e diamo uno sguardo alla torre dell’orologio che non ci colpisce particolarmente. È ora di raggiungere l’appartamento dove passeremo la notte.
Prima, una sosta al supermercato per una cena abbondante. Arrivati, non troviamo nessuno ad accoglierci, così aspettiamo inviando un messaggio al locatore.
Nel frattempo assistiamo a una scena surreale, degna di un film. Un ragazzo ubriaco litiga con un uomo tarchiato e pelato, il classico “scagnozzo” uscito da una pellicola sul proibizionismo. L’ubriaco, seduto sul sedile passeggero di un auto, si rifiuta di scendere. L’uomo lo fa uscire, chiude le portiere e scatta una scazzottata in piena regola: pugni pesanti, il ragazzo che finisce a terra. Poco dopo, l’uomo si allontana, mentre l’altro rimane a fare la guardia alla macchina. Ma ecco il colpo di scena: l’uomo ricompare da un’altra strada, si infila nell’auto, accende il motore e sgomma via. L’ubriaco prova a rincorrerlo, ma fallisce miseramente. Passando davanti a noi, barcollante e disperato, perde l’equilibrio schiantandosi di testa contro la recinzione di un giardino.
Finalmente arriva un messaggio che ci comunica il codice del locker con le chiavi. Entriamo: l’appartamento è piccolo ma funzionale, con pavimento in legno, un po’ buio e soprattutto freddo.
Doccia calda, ci vestiamo bene, cena veloce e a letto presto. Domani la sveglia suonerà prima delle cinque: dobbiamo essere all’imbarco per la Scozia alle 6:15, cinque chilometri da qui. L’Irlanda ci saluterà con un’alba e il sole che sorge dal mare.
